Quando siamo a pochi metri dal portone del femminile, nella finestrella del quale già intravedo l’agente che prima ha fatto un po’ lo stronzo, la detenuta fa un gesto molto normale e molto strano allo stesso tempo. Mette una mano nella borsina dove tiene il quaderno, il tabacco e le cartine per prendere le chiavi di casa.
Se ne accorge e, ridendo, me lo dice. E io penso che fondo è naturale: sta per rientrare a casa, c’è il portone chiuso e quindi cerca le chiavi. Peccato che alle detenute le chiavi della prigione non le lascino tenere. Neanche in un carcere avanzato come il nostro.
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ho sbuffato un attimo e mi son messo a guardare fuori dal finestrino. Questa cosa di guardare fuori dal finestrino, in metro, è roba da professionisti della metro. È come mandare un preciso messaggio a tutti gli altri passeggeri: sai cosa, piuttosto che guardare voi, anche per sbaglio, guardo il muro lercio che scorre dietro al finestrino, pensa te. Il Parigino D.O.C. veste il fastidio come uno status symbol.
via eio e i suoi elementi condivisi
le domande di rosalucsemburg, che cattolica non è, ai cattolici italiani.
E’ diventata una bandiera, quel simbolo che volete imporre. Non vi offende questo? Non vi offende che quella croce – simbolo per voi di redenzione e di sacrificio diventi una sorta di “spada etnica”? Non vi turba che sia uno strumento invece che di amore di offesa, invece che di sacrificio di violenza? Non vi preoccupa che il messaggio universalista sia imposto come manifesto di identità, non da scegliere ma da subire? Che sia accostato alle “tradizioni” nostrane, al pari della tarantella o della amatriciana? Non pensate che questa serrata identitaria impoverisca di significato, invece che approfondirlo, quel simbolo che sostenete di amare?
via